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SICILIA 11 luglio 1943 la battaglia di Gela

Sicilia, 11 luglio 1943 gli americani hanno da poche ore preso terra sulle spiagge intorno a Gela quando la  1ª Divisione fanteria statunitense viene investita da due divisioni della  6ª Armata italiana che tentanto di rioccupare le zone di sbarco.

Si trattava della 4ª divisione moorizzata italiana "Livorno" e dei reparti corazzati della divisione tedesca "Hermann Goering", unità di elite della Luftwaffe, ma con gli organici  ancora largamente incompleti. La divisione era in corso di ricostituzione dopo la campagna di Tunisia dove aveva lottato strenuamente subendo perdite altissime.  

Ora molti di Voi si chiederanno il perchè del nostro titolo. Come poteva la battaglia intorno a Gela cambiare la Storia della Seconda Guerra Mondiale? Nel post di ieri dedicato allo sbarco abbiamo analizzato come gli Alleati avessero organizzato le operazioni molto minuziosamente e con dovizia di mezzi, consci che un fallimento avrebbe precluso l'operazione a cui gli americani tenevano di più, lo sbarco in Normandia.

La Sicilia rappresentava il banco di prova, e come vedremo fra poco l'operazione fu a un passo dal fallire. A Gela le truppe americane violentemente contrattaccate nelle zone di sbarco ricevettero l'ordine di reimbarco, lo sbarco pareva fallito.

Ma veniamo alla narrazione dei fatti. All'alba del 10 luglio le truppe della 1st Infantry Division americana, avevano cominciato a prendere terra. Intorno alle 8.30 il Gruppo Mobile E equipaggiato con carri francesi Renault R35 di preda bellica, avevano impegnato nell'abitato di Gela due battaglioni di rangers, ma erano stati bloccati dal tiro di sbarramento dei due incrociatori e due cacciatorpediniere dell'US Navy che avevano respinto le fanterie al seguito dei carri.

Prima di proseguire due parole sui carri Renault. A seguito dell'armistizio fra le potenze dell'Asse con la Francia, Italia e Germania si divisero un imponente quantitativo di materiale di preda bellica. All'Italia fra le cose toccarono 124 carri R35 prodotti dalla Renault.

Plotone Carri R35 schierati in Sicilia gennaio 1943
Plotone Carri R35 schierati in Sicilia gennaio 1943
  
Si trattava di un carro da 9,8 tonnellate, armato di un cannone semiautomatico in torretta da 37/20 abbinato ad un mitra Chatellerault da 7,5 mm, poteva essere considerato un valido carro leggero di riserva penalizzato solo dalla sua limitata autonomia (140 Km). Il primo giorno di operazioni nella zona di Gela le forze italiane registrarono un numero di perdite elevatissimo.La tenacia dei difensori fu testimoniata dal numero di caduti del CDXXIX battaglione costiero che toccò la cifra di 197 tra morti e feriti, cioè il 45 per cento degli effettivi caddero sul campo di battaglia.

A questo punto il generale Guzzoni, decise di utilizzare le forze mobili più vicine alla zona di sbarco, cioè la divisione Livorno italiana e la divisione Hermann Göring tedesca,  per tentare di contrastare più efficacemente lo sbarco e, se possibile, costringere al reimbarco la 1st Infantry Division. Al momento dello sbarco le forze dell'Asse presenti nella zona di Gela si erano organizzate in gruppi di combattimento che i tedeschi chiamavano Kampfgruppe.  Nella zona erano schierati come detto sia reparti italiani che tedeschi entrambi dipendenti dal XVI corpo di armata italiano. La linea di demarcazione delle zone di operazione fra la "Livorno" e la "Hermann Göring" era data dalla strada Gela-Caltagirone (SS 117), la Livorno avrebbe dovuto operare ad ovest della strada, mentre la Göring avrebbe dovuto operare ad est.

La responsabilità della strada stessa era della Göring. La Livorno aveva creato due colonne mentre la Göring ne aveva create tre. I piani del XVI corpo di armata del generale Carlo Rosi, che aveva il suo quadro comando posizionato a Piazza Armerina, per controllare la zona orientale sicula da est di Cefalù a Gela, erano di far convergere i reparti delle stesse contemporaneamente su Gela, con l'inizio degli attacchi al primo mattino dell'11 luglio fissando l'orario di inizio per le 06.00. La colonna di sinistra  della Livorno, puntò direttamente sul centro della città, mentre le colonne della Göring puntarono sul cimitero di Farello. I problemi maggiori li ebbe la colonna centrale, quella dei panzer tedeschi, che causa le dimensioni degli stessi erano notevolmente rallentati dalle difficoltà di manovra dei carri Tigre sia entro Niscemi, sia sulle terrazze degli uliveti delle colline sovrastanti la piana ad est di Gela. Questo ritardo impedì la ricongiunzione delle forze sul campo di battaglia.

Ma prima di continuare la narrazione della battaglia di Gela vogliamo raccontare un episodio raccapricciante venuto alle luce solo nel 2011, cioè a 68 anni dagli eventi. Uno studioso di storia gelese, Nuccio Mulè, ha trovato posto all' interno di un faldone dell' Archivio dell' Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell' Esercito italiano, un resoconto scritto dal generale Orazio Mariscalco, comandante della XVIII brigata costiera, la sera del 10 luglio 1943. Egli narrando la cronologia degli avvenimenti delle prime quarantotto ore di scontri nell'area di sbarco della Settima armata Usa tra Licata e Scoglitti scrive: «...Ore 9,20: il Col. Altini comunica che la 49a btr. siè arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri...» (Aussme, cartella 2124).

La quarantanovesima batteria costiera italiana (che faceva parte del gruppo di sei unità di artiglieria antisbarco, a difesa del litorale gelese), si arrende, senza sparare un colpo e lo fa per una scelta ben precisa: evitare di colpire i propri commilitoni prigionieri costretti ad avanzare davanti a drappelli di soldati americani e utilizzati come scudi umani. L'episodio non fu il solo, dedicheremo a breve un post sulle stragi perpetrate su militari e civili dalle truppe statunitensi durante la campagna di Sicilia.

I fatti di sangue di cui si macchiarono i "liberatori", erano probabilmente figlie del discorso pronunciato alle truppe alla vigilia dell'operazione Huscky dal loro comandante. Il 27 giugno 1943, infatti il generale George Smith Patton, della 7ª Armata statunitense,  tenne un rapporto agli ufficiali della 45ª Divisione di fanteria, nel corso del quale diede disposizione di uccidere - senza accettare le loro eventuali offerte di resa - i militari nemici che resistessero ancora quando le fanterie statunitensi fossero giunte a 200 iarde, circa 180 metri, di distanza da essi. « Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! »

Per non dilungarci troppo nel post non descriviamo le operazioni passo passo, sarebbe troppo lungo, per chi voglia farlo, troverete la narrazione completa a fine post ma sintetizzeremo la battaglia e la sua conclusione. Come detto i piani del generale Guzzoni prevedevano un contrattacco in forze alle zone di sbarco con orario convenzionale fissato per le 06.00 del giorno 11. Terminati i trasferimenti le ude divisioni sferrarono gli attacchi a cui erano stati assegnati. L'attacco delle fanterie italiane ebbe successo e la lotta venne portata fin dentro il centro di Gela, e la colonna  di sinistra dopo aver sfondato la prima linea di difesa americana attacco la seconda a soli 500 metri dai mezzi da sbarco. Gli americani erano in pratica stati respinti sulle
spiagge.
Panzer Tigre messo fuori combattimento
Panzer Tigre messo fuori combattimento
Molto efficace fu anche l'azione dei carri Tiger tedeschi che portarono anche'essi lo scontro direttamente sulle spiagge.  Alle ore 11 a 5 ore dall'inizio della controffensiva lanciata da Guzzoni, tutto faceva credere che per gli americani non rimanesse altra strada che tentare il reimbarco. A quell'ora il  Comando della VI Armata italiana intercettò un messaggio in chiaro, attribuito al Generale Patton, in cui si diceva di sotterrare i materiali sulle spiagge e prepararsi al reimbarco. Gli americani  hanno sempre smentito tale comunicazione radio, che peraltro non trova riscontro nei loro archivi. A cambiare l'esito della battaglia ci penseranno prima l'aviazione americana che forte del dominio assoluto dei cieli, sopra le zone di sbarco intervenne massicciamente e riusci insieme al fuoco delle unità navali stazionanti al largo, a bloccare lo slancio delle truppe dell'Asse. Sui fanti della divisione italiana e sui panzer tedeschi, si scatenò un volume di fuoco tremendo che riuscirà a ribaltare l'esito della battaglia. Fuoco che non poteva per mancanza di mezzi essere controbattuto né da mezzi navali né dalla Regia Aeronautica. Sia la Marina che l'Aeronautica americana agirono praticamente indisturbate. Il 12 luglio l'esito della battaglia era ormai segnato. La Divisione «Livorno» aveva perso la sua capacità offensiva a causa delle ingenti perdite subite; infatti al termine della giornata , essa tra morti, feriti, prigionieri e dispersi aveva perso 214 Ufficiali e 7.000 tra Sottufficiali e truppa su un totale di 11 400 uomini.

la-lapide-che-commemora-la-battaglia-di-Gela-sulla-strada-provinciale-n.8-per-Butera
La stele che commemora i fanti della Livorno morti nella battaglia di Gela
 
La Divisione «Hermann Göring» aveva perso 30 Ufficiali e 600 tra Sottufficiali e truppa su un totale di 8.739, mentre dei 99 carri impiegati ne furono messi fuori combattimento 43 . Molto pesanti anche le perdite americane valutate in circa 2.300 fra morti e feriti. La battaglia di Gela, era ormai persa e il XVI Corpo d’Armata, aveva esaurito buona parte delle riserve mobili a sua disposizione. La battaglia si spostava ora nelle zone interne dell'isola, e come vedremo nei prossimi giorni si trattò tutt'altro che di una passeggiata militare, come vine spesso descritta dagli storiografi alleati, la campagna di Sicilia. Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.
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Per chi volesse approfondire l'argomento sotto riportiamo dettagliatamente lo svolgimento delle operazioni, analizzando le singole operazioni delle diverse colonne italiane e tedesche Come detto il Generale Guzzoni, diede disposizioni affinché le due Divisioni eseguissero, alle ore 06.00 dell’ 11 luglio, un attacco sostenuto da un attacco aereo che sarebbe stato effettuato a quell’ora. La Divisione «Livorno», che avrebbe ricevuto in concorso anche i resti del gruppo mobile «E», avrebbe attaccato ad ovest della statale 117, mentre la «Hermann Göring» a est di detta rotabile. Obiettivo del contrattacco era quello di isolare, agendo dai due lati con un’azione a tenaglia, la testa di sbarco dalle spiagge. I movimenti per assumere lo schieramento dovevano essere effettuati durante la notte, in modo che prima dell’alba i reparti fossero già in posizione. I due Comandanti di Divisione pianificarono nel dettaglio lo schieramento da assumere e le rispettive direttrici d’attacco. Alle 05.15 arrivò l’ordine d’operazione, che descriveva l’azione delle due Divisioni; l’orario previsto per l’attacco, che doveva essere simultaneo e strettamente coordinato, era stato fissato per le 06.00, preceduto da dieci minuti di preparazione di artiglieria e da un contemporaneo attacco aereo. Il comandante della «Livorno», Generale Chirieleison, decise di assumere un dispositivo d’attacco su tre colonne:
  • la colonna di sinistra, costituita dai resti del gruppo mobile «E», un battaglione di fanteria e un gruppo di artiglieria, doveva muovere lungo la piana di Gela, a ovest della SS 117;
  • la colonna centrale, composta da due battaglioni di fanteria e un gruppo di artiglieria, doveva muovere a cavaliere della strada Butera-Gela;
  • la colonna di destra, composta da un battaglione di fanteria e un gruppo di artiglieria, doveva proteggere il fianco destro della Divisione da eventuali minacce provenienti da Licata.
Vediamo ora come si svilupparono le azioni della colonna di sinistra. Alle 05.50 il Colonnello Martini, Comandante della colonna, non era ancora arrivato sul posto, e il Maggiore Artigiani, Comandante del I gruppo del 28° reggimento artiglieria, era arrivato a Monte Castelluccio solamente alle 05.30 e non riusciva ad avere il collegamento radio con le batterie. Il Tenente Colonnello Leonardi attese fino alle 06.30, ora in cui nove bombardieri italiani «Cant Z. 1007 bis» attaccarono la flotta americana alla fonda di fronte a Gela. Vedendo ciò, temendo che un ulteriore ritardo avrebbe pregiudicato l’esito delle azioni delle altre due colonne, decise d’iniziativa di dare inizio all’attacco senza attendere oltre l’arrivo del Comandante del reggimento e la preparazione dell’artiglieria. I reparti iniziarono il movimento, e subito furono investiti dal fuoco di armi automatiche e di artiglieria campale. Nonostante tutto, la prima linea della testa di sbarco, situata tra Poggio Frumento e Poggio Mulinazzo, fu conquistata intorno alle 08.00 e catturati circa un centinaio di prigionieri. Intanto il Maggiore Artigiani era riuscito a mettersi in contatto col suo gruppo, che era entrato immediatamente in azione. Subito dopo aver espugnato questa prima linea nemica, la colonna iniziò l’attacco alla seconda linea, a circa 500 metri dalla prima. Fu in questo momento, erano le 08.30, che l’artiglieria navale dell’incrociatore Savannah  aprì il fuoco contro la «Livorno». Il fuoco dell’artiglieria navale aprì larghi vuoti tra le fila del III battaglione del 34°, che per raggiungere la seconda linea nemica, sotto la tempesta di ferro e di fuoco scatenatasi, impiegò ben tre ore. Alle 11.00 circa anche la seconda linea fu sfondata, ma i reparti erano ormai provati. A questo punto gli americani ripiegarono dentro Gela, e il III battaglione del 34°, appena si fu riordinato, si spinse ancora in avanti, fino al posto di blocco di Gela. Obbiettivo conquistare una buona base di partenza per proseguire l’azione in profondità e riconquistare l’abitato. A questo punto il Colonnello Martini, viste le precarie condizioni in cui versava il battaglione, ordinò al Tenente Colonnello Leonardi di fermarsi e disporsi a difesa, in modo da respingere un eventuale contrattacco nemico, in attesa di essere scavalcati da altre unità già richieste al Comando di Divisione. Intanto il nemico continuava a martellare le posizioni tenute dal battaglione. Alle 13.00, si seppe che la colonna di destra era stata distrutta da truppe corazzate provenienti da Licata, e che i tedeschi stavano ripiegando su Caltagirone; il battaglione rimaneva quindi isolato nella piana di Gela. Alle 24.00 il Colonnello Martini impartì l’ordine di ripiegare su Monte Castelluccio col compito di costituire un caposaldo per una resistenza ad oltranza, per coprire il movimento di ripiegamento degli altri reparti della Divisione su nuove posizioni. Una compagnia  lasciata sul posto per coprire il ripiegamento, resistette per circa un’ora al secondo contrattacco notturno, dopodiché venne sopraffatta e solamente una parte di essa riuscì a ripiegare sul Monte Castelluccio. I resti del battaglione,decimato dalle numerose perdite tra morti e feriti, con i resti compagnia bersaglieri si organizzarono alla meglio per la difesa sul Monte Castelluccio. Gli americani mandarono allora avanti una colonna corazzata della 155 a per annientare le unità italiane in ritirata e alle 02.30 la colonna Leonardi dovette far fronte al terzo contrattacco nemico opponendo un’accanita resistenza, riuscendo a resistere fino alle 7 circa, quando i pochi superstiti vennero sopraffatti e catturati. La colonna d’attacco di destra, comandata dal Colonnello Mona, Comandante del 33° Reggimento, alle 07.30, dopo aver assunto lo schieramento sui Monti dell’Apa e Zai, iniziarono l’avanzata verso Gela. Il I del 33° doveva avanzare sulla destra della rotabile Butera-Gela, mentre il I del 34° sulla sinistra. All’inizio l’attacco si sviluppò senza una resistenza apprezzabile. Verso le 09.00 le due unità vennero fatte bersaglio dal fuoco delle artiglierie navali e terrestri, e ogni tentativo di agganciare le unità nemiche fallì di fronte alle rapide manovre elusive dei mobilissimi reparti motocorazzati nemici. Alle 10.30 circa il reparto esploratori aveva raggiunto il passaggio a livello della rotabile Butera-Gela, mentre le compagnie avanzate erano all’altezza del km 28 della stessa rotabile. Fu a questo punto che il nemico effettuò delle puntate offensive con mezzi blindati, ma i reparti italiani riuscirono a proseguire il loro movimento verso la cittadina facendo uso sia delle armi controcarri, sia dell’appoggio dell’artiglieria. Arrivati nei pressi del passaggio a livello di Casa Femmina Morta, nelle immediate vicinanze dell’abitato, i mezzi nemici si ritirarono, dando l’impressione ai reparti attaccanti di non avere più alcun ostacolo di fronte, sennonché si scatenò come abbiamo visto anche negli altri settori un violentissimo fuoco delle artiglierie navali e degli aerei. Alle 11.30 una colonna corazzata nemica proveniente da Licata attaccò l’ala destra della colonna Mona, minacciando anche le posizioni di Monte dell’Apa e Monte Zai. Se fossero state perse queste posizioni, le altre due colonne sarebbero rimaste isolate. Nel primo pomeriggio, la colonna Mona subì un violento contrattacco dei rangers, che dopo aver attraversato il torrente Gattano si spinsero fino al km 28 della rotabile Butera- Gela, accerchiando i reparti avanzati. I due battaglioni furono quindi bersagliati nuovamente dall’artiglieria e da attacchi aerei; cercarono disperatamente di rompere l’accerchiamento, resistendo fino alle 15.30 circa, ora in cui furono sopraffatti e i superstiti catturati, compresi i due Comandanti di Battaglione, mentre il Colonnello Mona riuscì a sfuggire alla cattura. A questo punto il Generale Chirieleison diede l’ordine di ripiegamento sulle posizioni di partenza alle altre due colonne, la sinistra e la fiancheggiante. Analizziamo ora le operazioni della colonna che fiancheggiava la divisione "Livorno".  Alle 05.40 dell’11 luglio, il battaglione ricevette l’ordine di contrattaccare su Gela alle ore 06.00, con direttrice d’attacco a cavallo della rotabile stazione di Butera-Gela, ma l’attacco non poté iniziare prima delle 07.25. Alle 16.30 circa durante il movimento di avvicinamento, all’altezza di Manfria, il battaglione veniva sottoposto a un violento fuoco di artiglieria navale e terrestre. Contemporaneamente, una colonna motocorazzata seguita da reparti di fanteria, attaccava il lato destro del battaglione, ma grazie all’intervento dei cannoni da 47/32 e delle batterie del IV gruppo del 28° artiglieria, tre mezzi nemici venivano distrutti, mentre gli altri si ritiravano. Verso le 17.30 si profilava un secondo attacco di mezzi blindati, mentre l’artiglieria navale riprese a battere il fianco destro di detta unità per appoggiare una nuova puntata offensiva degli elementi precedentemente respinti. Anche questi contrattacchi furono contenuti grazie al fuoco dei cannoni da 47/32 e delle batterie del IV e II gruppo del 28°. A questo punto però, per evitare di essere accerchiato, il Tenente Colonnello Mastrangeli diede l’ordine alle unità superstiti di ripiegare sulle posizioni di partenza, schierando a protezione delle truppe che ripiegavano la 6 compagnia rinforzata da un plotone cannoni da 47/32. Alle 20.00 i resti del battaglione erano ripiegati sulle posizioni di partenza. Intanto, alla stessa ora, cessava la resistenza delle posizioni di Monte Lungo e Manfria, che,  accerchiate già dal giorno 10, avevano resistito fino al pomeriggio inoltrato dell’11. Vediamo ora le azioni condotte dalla «Hermann Göring»  Anche il Generale Conrath, Comandante della Divisione «Hermann Göring», decise di assumere un dispositivo su tre colonne d’attacco, così suddivise:
  • la colonna di sinistra, composta dal reggimento Panzergrenadier e dalla compagnia carri «Tigre», doveva muovere lungo la valle del fiume Dirillo, Senia FerrataGela;
  • la colonna centrale, composta da un battaglione carri e un gruppo di artiglieria, doveva muovere da Case Priolo verso Case Spinasanta-Gela;
  • la colonna di destra, composta da un battaglione carri ed un battaglione genio, doveva muovere lungo la piana di Gela a est della SS 117.
Alle 06.00 la colonna di sinistra, iniziava l’attacco raggiungendo facilmente la foce del Dirillo e da lì Senia Ferrata, seguendo la linea ferroviaria costiera che da Vittoria portava a Gela. La colonna di destra partì da Ponte Olivo solo alle 07.45. Alle 08.00 partì la colonna centrale, che, superata la resistenza opposta dalle truppe alleate a Case Priolo, si diresse su Case Spinasanta, per poi ricongiungersi con la colonna di destra nella piana del Signore, arrivando a circa 1 000 metri dalla spiaggia. Tutte e tre le colonne avanzarono quasi indisturbate  in quanto gli americani non avevano a disposizione carri armati. Le unità americane inoltre avevano penuria di armi controcarri in quanto tutta la dotazione del 26 Regimental Combat Team statunitense (1 th Divisione) era trasportata sulla nave da sbarco LST-313 che era affondata il giorno prima durante un attacco aereo da parte della Luftwaffe. Alle 08.29 l’incrociatore Savannah iniziò a far fuoco sulla colonna corazzata di destra, mentre alle 08.47 il cacciatorpediniere Glennon apriva il fuoco sulla colonna centrale che da Case Priolo si stava già dirigendo verso Spinasanta. Nonostante l’infernale fuoco di sbarramento scatenato dalle unità navali americane, l’avanzata della «Hermann Göring» non fu arrestata. Alle 11.00 la Divisione aveva superato a sinistra Senia Ferrata, Monumento ai caduti della battaglia di Gela al centro Case Spinasanta e a destra Case Aliotta; i carri armati sembravano inarrestabili. Tra le fila nemiche si vissero attimi di disperazione; molti ormai pensavano che la testa di sbarco fosse perduta. Fu proprio alle 11.00 circa, che il Comando della VI Armata intercettò un messaggio in chiaro, attribuito al Generale Patton, in cui si diceva di sotterrare i materiali sulle spiagge e prepararsi al reimbarco. Gli americani  hanno sempre smentito tale comunicazione radio, che peraltro non trova riscontro nei loro archivi. Tuttavia proprio quando la situazione sembrava ormai volgere totalmente a favore delle truppe dell’Asse, ecco che fecero la loro comparsa aerei tattici americani che attaccarono le immediate retrovie italo-tedesche. Contemporaneamente una colonna corazzata con 250 paracadutisti dell’82 Divisione aerotrasportata statunitense, attaccò sul fianco e alle spalle la colonna di sinistra della «Hermann Göring». Alle 14.00 le colonne di destra e centrale, dopo essere state decimate dal fuoco delle artiglierie navali, e sotto la crescente minaccia dei reparti provenienti da Scoglitti e dai mezzi corazzati che gli americani erano riusciti a far sbarcare su Gela, dovettero iniziare il ripiegamento sulle basi di partenza. Solo la colonna di sinistra continuò a combattere lungo la linea ferrata Vittoria-Gela fino a sera, ma alle 21.30, su ordine del Generale Rossi  dovette ripiegare, in quanto era rimasta l’unica colonna protesa su Gela. Il 12 luglio l'esito della battaglia era ormai segnato. La Divisione «Livorno» aveva perso la sua capacità offensiva a causa delle ingenti perdite subite; infatti al termine della giornata tra morti, feriti, prigionieri e dispersi aveva perso 214 Ufficiali e 7.000 tra Sottufficiali e truppa su un totale di 11 400 uomini. La Divisione «Hermann Göring» aveva perso 30 Ufficiali e 600 tra Sottufficiali e truppa su un totale di 8 739, mentre dei 99 carri impiegati ne furono messi fuori combattimento 43 . Buona parte delle perdite sono da attribuire all’efficacia del tiro delle artiglierie navali, che avevano potuto operare quasi indisturbate, senza essere controbattute né da mezzi navali né da significativi attacchi aerei. Molto pesanti anche le perdite americane valutate in circa 2.300 fra morti e feriti.

I RAGAZZI DELLA "LIVORNO" nella battaglia di Gela

8 LUGLIO 1944 "Il Barbarigo non si arrende"

"Nessuno di voi è morto finchè noi non moriremo tutti.
E fino a quando sarà in piedi uno del 'Barbarigo' lo sarete anche voi".

C.C. M.O.V.M. Umberto Bardelli, 1944
Comandante del btg Barbarigo della divisione Decima

Il Barbarigo fu un reparto di fanteria di marina della Xª Flottiglia MAS costituito a La Spezia nel novembre 1943 inquadrato anche se con amplissimi margini di autonomia nella marina da Guerra Repubblicana della Repubblica Sociale.

Nello sfascio generale seguito all'armistizio, una sola caserma della provincia spezzina ha mantenuto il suo assetto normale, tanto che i tedeschi hanno preferito starne lontani per evitare incidenti. E' la caserma di San Bartolomeo dove è accantonata la X° flottiglia Mas. Il comandante di questa unità, medaglia d'oro Junio Valerio Borghese non ha voluto seguire al sud la squadra navale ed ha preferito attendere fra i suoi uomini il volgere degli eventi.

Constatato che a Roma ormai nessun risponde e non ci sono ordini sul comportamente da tenere Borghese torna in caserma , ordina l'assemblea, spiega la situazione e raddoppia i turni delle sentinelle. Intanto dice: " chi vuole andae in licenza illimitata è libero...io resto ". Decisione subito imitata da molti suoi uomini. Passano così alcuni giorni, i tedeschi si impadroniscono completamente della Spezia, ma rispettano la caserma di San Bartolomeo sul cui pennone continua a sventolare il tricolore e soprattutto la figura leggendaria del comandante Borghese

Da quel momento la "X^" comincia a fare proseliti. I volontari che affluiscono a San Bartolomeo non sono soltanto marinai ma anche soldati e ufficiali di fanteria, bersaglieri, alpini, genieri, autisti, radiotelegrafisti, internati nei lager in Germania. Per la prima volta nella storia delle forze armate italiane, ufficiali e truppe consumeranno lo stesso rancio nella stessa mensa, Borghese non impone il giuramento alla RSI, ma soltanto il rispetto ad un idea, e alla bandiera che sventola sul pennone

La pena di morte è prevista per i militari della “Decima” che siano riconosciuti colpevoli dai regolari Tribunali, dei seguenti reati: a) furto o saccheggio; b) diserzione; c) codardia di fronte al nemico. Sulle uniformi, cucito sulla manica sinistra della giacca viene applicato lo scudetto divisionale che riporta la “ X “ della “ Decima “ su campo azzurro, sormontata da un teschio con una rosa rossa in bocca voluta dal comandante Todaro perchè "la morte in combattimento è una cosa bella, profumata”.

Il gran numero di volontari viene inquadrato, visto la quasi totale mancanza di naviglio italiano (le poche navi che non avevano potuto ottemperare alle condizioni d'armistizio consegnandosi agli Alleati furono immediatamente confiscate dai tedeschi), in reparti di fanteria di marina. Nacque cosi, come Battaglione "Maestrale" per poi assumere il nome di "Barbarigo", in ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, medaglia d'argento al valor militare.

Era ordinato su quattro Compagnie, la 2a e la 4a erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la 1a e la 3a erano state trasferite per l'addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il Battaglione si riunì nuovamente a La Spezia. Primo comandante del reparto fu  il Capitano di Corvetta, sommergibilista Umberto Bardelli che guiderà il reparto fino al 26 aprile 1944.

Il gagliardetto venne ufficialmente consegnato al Barbarigo a La Spezia, la mattina del 19 febbraio 1944, personalmente dal comandante Borghese, dopo che il battaglione aveva sfilato per le vie della città, prima della partenza per il fronte di Anzio - Nettuno. Nel corso della cerimonia Bardelli pronunciò il seguente discorso:


Nello stendardo che oggi portate alla difesa di Roma stanno tre simboli.

Decima Flottiglia MAS. Dall'inizio della guerra, la "Decima" con tenace volontà ha portato la distruzione e la morte alle unità nemiche riparate nei munitissimi porti, e il giorno 8 settembre ha rifiutato il tradimento e il disonore dell'armistizio tenendo alta la bandiera e continuando il combattimento.

San Marco. Nome fulgido che per i fanti di mare da venti anni risuona grido di riscossa, di lotta e di vittoria.

Barbarigo. Nome glorioso legato a due fra le più belle vittorie della Marina nelle acque dell'Atlantico.

Fate dunque che a gloria si aggiunga gloria"

Il Barbarigo era primo reparto di una certa consistenza, facente parte della Repubblica Sociale ad essere inviato in zona operativa. Come detto venne inviato sul fronte di Anzio e Nettuno per cercare di contrastare lo sbarco angloamericano. Il 10 marzo del 1944 i suoi 1.180 effettivi ebbero il battesimo del fuoco.Il battaglione rimase al fronte per tre mesi e lasciò il Lazio nel giugno 1944 in seguito all'entrata in Roma delle truppe angloamericane.

Nell'estate del 1944, il Barbarigo fu trasferito in Piemonte per ricostituire i ranghi. Fu qui che si consumo la strage, per uno strano scherzo del destino i militari del Barbarigo che erano sopravvissuti al fronte moriranno in un imboscata fratricida ordita contro di loro. Veniamo ai fatti.

Come detto ci troviamo in Piemonte, dove nel mese di luglio il comando supremo alleato inviò un radiogramma al CLN regionale chiedendo la mobilitazione di tutte le forze e l'intensificazione delle azioni di sabotaggio contro vie di comunicazione e le colonne tedesche. In cambio si sarebbero intensificati i lanci di armi indumenti e generi di conforto.

Il comando partigiano accolse la richesta e stilo il "piano 26" con cui ordinava alle sue formazioni di intensificare le attività contro autorità della RSI e tedeschi. Nelle stessa venivano emanate anche le direttive da adottare in caso di militari presi prigionieri. In essa veniva indicato che i reparti delle SS italiane, della X^ MAS e delle Brigate Nere erano da considerarsi fuori legge. Ciò significava praticamente che dovevano essere passati immediatamente per le armi.

Si arriva così all'argomento del post. Nel pomeriggio dell'8 luglio 1944, una colonna motorizzata della Decima Mas ai comandi del Capitano di Corvetta Umberto Bardelli, giunge a Orzegna per trattare con i partigiani uno scambio di prigionieri. Si tratta di una quaratnina di uomini reduci dal fronte di Anzio e Nettuno. A parlamentare con Bardelli si presenta Piero Urati detto "Piero Pieri" comandante di una banda partigiana operante nella zona.

La trattativa si svolge in un clima di tensione ma niente faceva presagire di trattasse di un imboscata. Con una scusa i partigiani si allontanano dalla piazza nel frattempo completamente circondata dagli uomini di Urati appostati sull'intero perimetro. Urati intima allora a Bardelli di arrendersi e consegnarsi prigioniero. il comandante risponde

"il Barbarigo non si arrende".

Si accende la battaglia e i partigiani in superiorità numerica hanno la meglio sul reparto di Bardelli. Nove marò rimangono uccisi oltre allo stesso Bardelli, e molti altri vengono feriti. Nello scontro periranno anche tre partigiani e un civile.

I corpi di Bardelli e degli altri caduti venivano ammassati contro un muro e imbrattati di sterco ed a Bardelli sarebbero stati staccati due denti d'oro. Ventinove marò vengono fatti prigionieri dai partigiani. Il 14 luglio a Ivrea verranno celebrati i funerali dei marò morti nello scontro.

La salma di Bardelli sarà poi seppellita nella tomba Duelli al Verano, assieme a molti dei suoi Marò, e quindi traslata il 16 giugno 2005 al Campo della memoria di Nettuno dove riposa tuttora circondata dai Caduti del battaglione "Barbarigo"

Il governo della Repubblica Sociale Italiana conferì al Comandante Bardelli la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Tale decorazione non è mai stata riconosciuta della Repubblica Italiana.

«Ufficiale superiore di belle qualità e di provata esperienza, sorretto da uno slancio e da una fede senza limiti, tre volte decorato al valore; primo comandante del Barbarigo, che per sua travolgente iniziativa per primo si allineò con gli alleati germanici sulla testa di ponte di Nettuno, si recava volontariamente e coscientemente con le esigue forze in una zona notoriamente infestata da bande ribelli. Giunto nella piazzetta del paese di Ozegna cercò di esercitare opera di persuasione sugli sbandati deprecando la lotta fratricida voluta e sovvenzionata dall’oro dei nemici della Patria. Circondato a tradimento insieme ai suoi pochi uomini da forze preponderanti che gli intimavano la resa rispondeva con un netto rifiuto e fatto segno a violentissimo fuoco di armi automatiche postate agli sbocchi delle vie di accesso alla piazza si batteva con leonino furore incitando continuamente i pochi uomini di cui disponeva. Colpito una prima volta al braccio continuava a sparare con una mano sola, colpito una seconda volta ad una gamba continuava a far fuoco sino all’esaurimento delle munizioni. Nuovamente colpito cadeva falciato da una raffica al petto con il nome d’Italia sulle labbra. Fulgido esempio di eroismo, di altissimo senso dell’onore, di attaccamento al dovere e di dedizione completa alla Patria adorata.
Ozegna, 8 luglio 1944.»

Nel mese di ottobre reparti del Barbarigo, delle Brigate Nere e reparti germanici condurranno un rastrellamento in grande stile nella zona del Canavese. A guidare l'operazione ci saranno due personaggi di assoluto rilievo, il principer Borghese comandante delle Decima Mas e Alessandro Pavolini segretario del PFR e comandante delle Brigate Nere. Le formazioni partigiane evitarono di ingaggiare combattimenti e si sganciarono.

Sul finire del 1944, il Barbarigo verrà inviato nel Goriziano in difesa del confine orientale esposto all'avanzata delle truppe del IX Corpus Jugoslavo di Tito. In quella terra di frontiera il Barbarigo, dislocato a Salcano, sostenne violenti scontri contro i partigiani slavi prima a Chiapovano e quindi sul Monte San Gabriele, riuscendo ad arginare momentaneamente gli avversari nella Battaglia di Tarnova.

Reparto della Decima schierato sul fronte orientale
Seguì un periodo di riposo a Vittorio Veneto prima dell'invio sul Fronte Sud, nell'aprile del 1945 nell'ormai disperato tentativo di contrastare l'avanzata delle truppe alleate. Col crollo dell'apparato difensivo tedesco, incominciò il ripiegamento verso il Veneto. 

Il Battaglione si sciolse a Padova il 30 aprile 1945, con l'onore delle armi, ottenuto dagli inglesi e dai neozelandesi e i suoi appartenenti inviati in prigionia prima al 209 POW Camp di Afragola, (Napoli), poi a Taranto ed infine al 211 POW Camp di Cap Matifou in Algeria.

Si concludeva cosi la breve ma intensissima storia del battaglione Barbarigo della Divisione Decima.

Il generale Annibale Bergonzoli meglio noto come "barba elettrica"

Annibale Bergonzoli fu uno dei pochi generali italiani popolari, anche tra gli inglesi durante la seconda guerra mondiale. L'ufficiale era conosciuto anche fra le truppe britanniche con il soprannome di "Electric Whiskers", cioè barba elettrica che gli era stato attribuito dalle sue truppe durante la campagna che portò alla conquista dell'Etiopia nel 1936.

Nacque a Cannobio (provincia di Novara) il 1º novembre 1884, e subito dopo aver concluso gli studi superiori, si arruolò nel Regio Esercito come ufficiale della riserva, entrando nel novembre 1904 nella Regia Accademia Militare di Modena. Due anni dopo fu nominato sottotenente, e assegnato al 53º Reggimento fanteria.

Promosso tenente nel settembre 1909, dal dicembre 1911 partecipò alla guerra italo-turca, ricevendo un encomio solenne al comando della 4 Divisione speciale di Derna, e rientrando in Italia nel dicembre 1912.

Con il grado di capitano, all’atto dell’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio 1915, entrò in servizio nel 123º Reggimento fanteria della Brigata "Chieti". Partecipò a tutta la guerra come comandante di compagnia e di battaglione, e nel dicembre 1918 fu promosso tenente colonnello di stato maggiore. 

Nel corso del primo conflitto mondiale, venne decorato di due medaglia d'argento, di una di bronzo al valor militare e della Military Cross britannica per il suo comportamento nella difesa di monte Rovegno.

Ricoperti vari incarichi di stato maggiore e al comando di reparti di fanteria, fu promosso generale di brigata nel 1935 e con questo grado partecipò alla campagna d'Etiopia, al comando di una brigata indigena sul fronte della Somalia. Durante la campagna si guadagnò il titolo di Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia.

Il 19 maggio 1936 restò gravemente ferito nel combattimento di Dunun dopo essersi battuto valorosamente, impugnando egli stesso il moschetto. Rimpatriato, fu decorato con la medaglia d'oro al valor militare, divenne molto popolare tra i suoi uomini per via della fluente barba, tanto da meritarsi l’appellativo di "Barba elettrica", soprannome assegnatogli anche per il dinamismo e il coraggio dimostrato in combattimento 

Dopo essersi rimesso dalla ferita, prese il comando della divisione volontaria "Littorio" e con essa prese parte alle battaglie di Guadalajara, Santander, Aragona e Catalogna. Nella battaglia di Santander combattuta fra il 14 agosto e il primo settembre 1937, la "Littorio" sostenne feroci combattimenti conquistando la strategica posizione di Puerto del Escudo che diede la vittoria ai nazionalisti. L'operazione valse a Bergonzoli al sua seconda medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione. 

«Ufficiale Generale di alte qualità militari, combattente della guerra italo turca, della grande guerra e di quella per l'impero, dove già aveva sparso il suo sangue generoso, ha dato in terra di Spagna nuova prova del suo eccezionale valore. Alla testa di una divisione volontari nella quale aveva trasfuso il suo entusiasmo e la sua certezza del successo, sempre primo e sempre presente ove fosse una resistenza, più delle altre tenace, da superare; comandante accorto e sereno e ad un tempo combattente audace fra gli audaci, attraverso dieci giorni di continui e violenti combattimenti, cui partecipava come fante in prima linea, conduceva le sue truppe alla vittoria. Santander, 14-26 agosto 1937.»

Medalla de la Campaña
la medalla de la Campaña spagnola
Durante la campagna venne insignito da Francisco Franco della medalla de la Campaña spagnola e ottenne la promozione a generale di divisione.
 Rientrato in Italia nell'aprile del 1939, il 15 ottobre dello stesso anno assunse il comando del neocostituito XXIII Corpo d'armata forte di 45.000 uomini, con due divisioni, la 63ª Divisione fanteria "Cirene" e la 64ª Divisione fanteria "Catanzaro".

Inquadrata nella 10ª Armata de generale Berti il corpo era di stanza in Africa Settentrionale, con Quartier generale a Homs.

Si arriva cosi allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Dopo la morte di Balbo passò alle dirette dipendenze del Generale Graziani e durante l'avanzata sul Sidi el-Barrani ebbe il comando tattico delle truppe, e se un poco di slancio vi fu, lo si dovette a lui, che in un caso andò addirittura a stanare dei tenenti d'artiglieria che erano scappati e li riportò ai pezzi.

Il 9 dicembre scattò la controffensiva inglese che costrinse le truppe italiane a una precipitosa ritirata. Comandante della retroguardia Bergonzoli si asserraglio dentro Bardia con i resti delle Divisioni del Regio Esercito Catanzaro, Cirene, Marmarica, e due divisioni della Milizia la XXIII marzo e la XXVIII ottobre.

I britannici posero sotto assedio Bardia da mare, da terra e dal cielo.In tale occasione, Mussolini scrisse a Bergonzoli:

“Vi ho dato un compito difficile ma perseguibile dal Vostro coraggio e dalla Vostra esperienza da vecchio e intrepido soldato – il compito di difendere la fortezza di Bardia fino all’ultimo. Sono certo che la ‘Barba Elettrica’ e i suoi impavidi soldati resisteranno ad ogni costo, leali fino all’ultimo.”

La risposta di Bergonzoli non si fece attendere:

“Sono consapevole di questo onore e ho riportato oggi alle mie truppe il Vostro messaggio – semplice ed inequivocabile. A Bardia siamo e ci resteremo.”
Gli attacchi iniziarono il 10 dicembre 1940 e terminarono con la resa di Bardia il 5 gennaio 1941. Il generale Bargonzoli riuscì a sfuggire alla cattura e a percorse a piedi circa 120 km raggiungendo Tobruch. La piazzaforte cadde il 21 gennaio 1941 e anche questa volta "Barba elettrica riuscì a sfuggire alla cattura.

La 10^ armata italiana cessò di esistere dopo la battaglia di Beda Fomm conclusasi il 5 febbraio 1941. Bergonzoli si arrese e fu fatto prigioniero dagli inglesi il 7 febbraio 1941 e deportato a Yol in India.

Il generale Bergonzoli, scattata dopo la cattura da parte delle truppe ingles
Bergonzoli dopo la cattura da parte delle truppe inglesi
Fu poi consegnato agli americani che lo rinchiusero in un campo di prigionia negli Stati Uniti dapprima a Monticello, poi in Arkansas e infine a Hereford in Texas nel campo che era riservato a chi aveva deciso di non collaborare con gli alleati.

Dopo la firma dell’armistizio dell’ 8 settembre 1943, rifiutò qualsiasi forma di collaborazione con gli alleati e per questo fatto venne punito con l’internamento nel reparto psichiatrico dell'ospedale militare di Long Island, New York per circa due anni e mezzo, fatto passare per pazzo e rinchiuso in una camera dalla pareti imbottite.

Tornò in Italia nel 1946 riprendendo per breve tempo la vita militare, e venendo promosso al rango di Generale di corpo d'armata nel 1947. Congedatosi definitivamente visse a Cannobio fino alla morte, avvenuta il 31 luglio 1973, ricoprendo anche l’incarico di presidente dell'Associazione nazionale degli ex combattenti italiani in Spagna.

Tuttora riposa in una modesta tomba nel cimitero del paese.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

Il Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista

« Per ingannare i nostri avversari ho lasciato, non appena ho pensato che il nuovo fascismo in Italia fosse abbastanza forte, che alcune controcorrenti dicessero la loro, tra l’altro ho permesso che si formasse un gruppo di opposizione sotto la guida del professor Cione. Il professor Cione non ha una gran testa, e non avrà successo. Ma la gente che ora sta cercando di crearsi un alibi si raccoglierà intorno a lui e quindi sarà perduta per il Comitato di liberazione che è molto più pericoloso »

Con queste parole a inizio del 1945 il Duce cercava di tranquillizzare l'ambasciatore tedesco Rudolf Rahn preoccupato per una possibile svolta "a sinistra" del fascismo, dopo la diffusione della notizie della della nascita del Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista. 

Quasi nessuno dei nostri lettori ne avrà mai sentito parlare, e neppure noi fino ad oggi ne avevamo sentito mai parlare. L'idea nacque nell’estate del 1944, quando alcuni gerarchi di primo piano della Repubblica Sociale Italiana provarono a "gettare un ponte" tra fascisti e antifascisti, valorizzando in particolare la Socializzazione dell'economia promessa dal Manifesto di Verona.

Si trattava di elementi di primo piano della RSI , fra essi il ministro Pisenti, Franco Colombo, capo della «Ettore Muti», il capo della polizia Renzo Montagna, Junio Valerio Borghese che agirono con l'intento di creare intorno alla RSI una più ampia base di consenso e soprattutto di spaccare il CLN il Comitato di liberazione nazionale.

Il passo successivo sarebbe stato quello di trattare una tregua con socialisti ed azionisti con i quali dare vita ad un governo di «unità nazionale». Questo avrebbe posto gli Alleati di fronte alla scelta di usare le armi contro una repubblica governata da partiti antifascisti o invitare i due governi (repubblica del nord e monarchia del sud) a trovare una mediazione. Ed avrebbe messo il Pci in una situazione assai imbarazzante: appoggiare il governo monarchico contro una repubblica socialista o rischiare di compromettere l’intesa con gli inglesi.

Nella situazione di stallo fra due governi antifascisti, forse avrebbe avuto qualche possibilità di sopravvivenza anche il progetto del «ridotto alpino» della Valtellina, tanto più che Mussolini si illudeva di giungere ad una pace separata con i sovietici.

In questa ottica, il duce nell'agosto del 1944 Mussolini autorizzava il filosofo Edmondo Cione alla costituzione del Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista, guidato dallo stesso Cione e da Carlo Silvestri durante il regime spia dell’Ovra, la polizia segreta del regime fascista. Sempre su consiglio di Benito Mussolini il Raggruppamento fu autorizzato anche alla stampa di un quotidiano politico, l’Italia del Popolo,che visse vita breve e travagliata osteggiato sia dai tedeschi che dai fascisti oltranzisti che dalle forze del CLN.

Mussolini parla al “Lirico”; a sinistra Barracu e Pavolini
La nuova formazione farà proprio il trinomio “Italia, Repubblica, Socializzazione”, slogan coniato da Mussolini nel suo Discorso della riscossa tenutosi al Teatro Lirico di Milano il 16 dicembre 1944. Nel discorso che sarà l'ultimo e pure ultima apparizione in pubblico del Duce, Mussolini promette una costituente dopo la guerra e persino di affiancare altri partiti al partito unico con funzione di controllo. Esalta la forza e il coraggio di Milano: la città condottiera dove è nato il fascismo, la città che i bombardamenti non hanno ancora piegato. La folla del teatro lirico lo plaude in delirio.

Tornando alla storia del Raggruppamento, l’offerta di collaborazione, avanzata dal questore di Milano Bettini e dal generale Nunzio Luna (della Guardia Nazionale Repubblicana) trovò disponibile Corrado Bonfantini, capo delle Brigate Matteotti (Psi) e i suoi vice, l’ex comunista Gabriele Vigorelli e l’anarchico Germinale Concordia. Ma Riccardo Lombardi per il Partito d’Azione e Sandro Pertini e Lelio Basso per il Psi respinsero l’offerta.

In realtà, Bonfantini ed i suoi non credevano affatto nel progetto, ma cercavano di ricavarne il massimo vantaggio. Chiese ed ottennero la liquidazione della famigerata «banda Koch», con la liberazione di parte dei loro prigionieri. Ed è probabile che si ripromettessero anche di migliorare i propri rapporti di forza rispetto alle altre componenti del CLN. Nel breve periodo di collaborazione infatti essi riusciranno a realizzare una massiccia infiltrazione nella Gnr e nella X Mas, cosa che gli consentirà, negli ultimi giorni, di occupare punti nevralgici come radio Milano. Prudenzialmente, in dicembre Bonfantini dichiarò di ritirarsi dall’operazione, una volta constatato che non se ne poteva ricavare altro.

Il raggruppamento nato ufficialmente il 14 febbraio 1945, svolse comunque all'atto pratico un'attività quasi insignificante. Successivamente assunse il nome di Partito Repubblicano Socialista Italiano, che si sciolse con la fine dell'esistenza politica della RSI. Tutti i suoi sostenitori, benché si proclamassero non fascisti, vennero perseguiti dalle forze partigiane in qualità di collaboratori del governo di Salò.

Gli storici hanno dedicato poco spazio a questo piano, molto rimane ancora da scrivere, certo è che era un impresa difficilmente realizzabile di per sé e comunque l’indisponibilità di Pertini e Basso lo ha fatto fallire sul nascere.

2 LUGLIO 1944 Lo sfondamento della Linea Albert

Il 2 luglio 1944 la 4ª divisione americana conquista Foiano, località a circa 30 km da Arezzo, puntando quindi decisamente verso il capoluogo, mentre la 6ª divisione corazzata sudafricana del XIII corpo d'armata si dirige verso Sinalunga (Siena) da dove le truppe tedesche si sono ormai ritirate il nemico si è ritirato.

Le truppe alleate hanno completato lo sfondamento della linea Albert. Ripercorriamo brevemente gli antefatti e l'operazione stessa.

Sfondata la linea Gustav e occupata Roma, i tedeschi si ritiravano verso Nord inseguiti dagli anglo americani che avanzavano senza trovare resistenza. Prima di proseguire la narrazione vogliono dedicare due righe a Orvieto. Il 14 giugno1944 il Tenente Colonnello Alfred Lersen, comandante delle truppe tedesche di stanza nella città, scrisse una lettera agli alleati che stavano avanzando e che erano giunti già alle porte di Orvieto, dove i tedeschi si erano preparati per una difesa ad oltranza.

L’artiglieria era stata dislocata in postazioni strategiche, compresa la zona dietro l’Ospedale nelle vicinanze del Duomo.

Lersen aveva dato assicurazione al vescovo, Monsignor Francesco Pieriche, che per rispetto dei tesori d’arte e di fede, non ci sarebbero stati combattimenti nella parte alta della città, e che questi sarebbero stati ad almeno 20 km da Orvieto.


Gli Alleati arrivarono la mattina del 14 giugno 1944, da Viterbo che era stata pesantemente bombardata. Quando, a capo di un commando di carri armati, il maggiore inglese Richard Heseltine giunse in vista della città, vide arrivare un Volkswagen con la bandiera bianca.

Il tenente tedesco, che parlava perfettamente l’inglese, portava il messaggio del suo comandante tenente colonnello Alfred Lersen, con la proposta che Orvieto fosse dichiarata città aperta. Il patto proposto avrebbe consentito agli alleati di occupare la città senza ricevere, da parte dei tedeschi, nessuna opposizione. La proposta venne accettata e Orvieto si risparmio perdita di vite umane e distruzione del patrimonio storico e artistico.

Tornado alla narrazione del post, il 17 giugno la decrittazione di un messaggio e la cattura da parte degli Alleati di alcuni documenti della 334° divisione di fanteria tedesca, portavano a conoscenza i comandi alleati del fatto che il Feldmaresciallo Kesselring era intenzionato a opporre resistenza su una linea di arresto.

Il 20 giugno 1944 il X Corpo d’armata britannico occupavano senza difficoltà Perugia, ma già sulle colline che si trovano a nord della città umbra, incontrava invece alcuni ostacoli. Questo era la dimostrazione che la ritirata delle truppe tedesche era ormai terminata. Una nuova linea difensiva tedesca era ristabilita, ed essa si sarebbe organizzata sulla linea Albert in onore del feldmaresciallo tedesco (foto a fianco) che guidava le operazioni tedesche in Italia.

Nota anche come line del Trasimeno, essa correva da Castiglion della Pescaia sul mar Tirreno, al mare Adriatico, passando per il monte Amiata, Radicofani, e il Trasimeno. I tedeschi avevano predisposto postazioni ben fortificate in modo particolare nei villaggi di Casamaggiore e Frattavecchia e sulla cresta tra Sanfatucchio e Vaiano ; c’erano nidi di mitragliatrici, postazioni di mortaio e Nebelwerfer ( i lanciarazzi a più canne) inoltre un buon numero di cannoni anticarro e di obici erano predisposti ben mimetizzati per dare supporto alla fanteria affinché potesse difendersi efficacemente dagli attacchi dei carri alleati.


A presidiare la linea forze consistenti anche se le divisioni erano in parte incomplete. Nel territorio dove i tedeschi avevano deciso di dare battaglia, erano schierate, la 334° divisione di fanteria del generale Bohlke, con uno schieramento che andava dalla sponda ovest del Trasimeno a Sanfatucchio; la 1° divisione Fallschirmjager Panzer Divisione Hermann Goring del generale Schmaltz era invece dispiegata fino a Chiusi.

La Fallschirm-Panzer-Division 1 "Hermann Göring" era un unità d'élite della Luftwaffe, a dispetto del nome che fa pensare ad un unità di paracadutisti era invece una divisione corazzata, armata con quanto di meglio l'industria tedesca potesse fornite in quel momento.

Attiva dal maggio 1943 la "Hermann Göring", si distinse per la combattività e la notevole efficienza bellica in particolare durante lo Sbarco in Sicilia dove contese ferocemente il terreno alle unità alleate, riuscendo a Gela in cooperazione con la divisione italiana "Livorno" a ricacciare gli stessi fin sulle spiagge da dove erano appena sbarcati. Da ricordare anche il salvataggio delle opere d'arte del monastero di Montecassino, salvate dalla distruzione proprio dalla Herman Göring.

Da parte alleata invece il XIII Corpo della 8° armata britannica, agli ordini di Sir Sidney Kirkman, schierava la 78° divisione di fanteria (generale C.F. Keightley), la 4° divisione di fanteria americana (generale A.D. Ward), la 6° divisione corazzata sudafricana ( generale Poole) e la 1° brigata corazzata canadese.

La battaglia per sfondare la linea Trasimeno comincio il 21 e si protrasse fino al 28 con scontri durissimi e perdite elevate per entrambi i contendenti. Teatro delle operazioni fu una striscia di terreno non molto grande, ma con una serie di ostacoli naturali, che si snodava da Chiusi fino alla sponda occidentale del lago Trasimeno.

La linea cedette, quando il 1º luglio 1944 la 34ª Divisione di fanteria americana, comandata dal Maggiore generale Charles L. Bolte arrivò a Cecina.

Prima di chiudere il post, vogliamo spendere due parole sulla figura del generale tedesco. Albert Konrad Kesselring, dopo aver prestato servizio in artiglieria durante la prima guerra mondiale, entrò a far parte della Luftwaffe, l' aeronautica tedesca. Guidò con notevole efficacia le campagne aeree in tutte le principali battaglie aeree sostenute dalla Germania, nelle prima fasi della seconda guerra mondiale. Sotto la sua direzione prima in Polonia, poi in Francia, nella battaglia d'Inghilterra dirigendo le operazioni di bombardamento alle città inglesi e agli inizi dell'operazione Barbarossa, l'invasione dell'Unione Sovietica.

Nel novembre 1941 divenne comandante in capo delle forze armate germaniche schierata nello scacchiere Sud ed ebbe il comando generale delle operazioni nel Mediterraneo, Africa settentrionale compresa. A differenza di Rommel seppe mantenere buoni rapporti con i dirigenti politico-militari italiani, mentre molti erano i dissidi con il comandante delle forze tedesche in Africa. Come abbiamo visto pochi giorni fa egli era profondamente contrario, come il Comando Supremo di Roma alla soppressione dell'esigenza C3 la progettata invasione di Malta, ormai pronta per essere attuata, ma Rommel si rivolse direttamente a Hitler che riuscirà a convincere Mussolini a rinunciare al piano, e a proseguire l'avanzata in Egitto. Come vedremo nei prossimi post questa decisione avrà effetti drammatici per la campagna d'Africa.

Dall'estate 1943, Kesserling assunse il comando supremo di tutte le forze tedesche in Italia e condusse con grande abilità la lunga campagna difensiva contro gli Alleati. Durante la campagna d'Italia utilizzando varie linee difensive, le più famose la Gustav e la Gotica riuscirà a ritardate la conquista dell'Italia per quasi due anni.


Considerato a detta di molti storici uno dei migliori generali tedeschi del secondo conflitto mondiale, pubblicò in seguito le sue memorie intitolate Soldat bis zum letzten Tag (Soldato sino all'ultimo giorno).

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

IL MARESCIALLO GRAZIANI Nuovo Governatore della Libia

Il 1° luglio il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani che già ricopriva la carica di Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito raggiunge Tripoli, per assumere anche la carica di Governatore della Libia e di conseguenza Comandante Superiore delle forze in Africa Settentrionale.

Graziani venne nominato d'urgenza per sostituire Italo Balbo, che come abbiamo visto 2 giorni fa era morto abbattuto pochi giorni prima, precisamente il 28 giugno 1940, mentre era in volo nei cieli di Tobruch dalla nostra contraerea. Lo stesso 28 giugno Badoglio, capo di Stato , Maggiore Generale aveva emanato gli ordini di invasione per l'Egitto.

Contrario ai progetti di invasione, in quanto conscio dei limiti delle fanterie italiane, si molto numerose ma in netta inferiorità in quanto a meccanizzazione rispetto alle truppe britanniche, cercherà di resistere alle insistenze di Mussolini, rimandando continuamente l'inizio dell'offensiva. Il fatto fini per contrariare molto il Duce impaziente di cogliere una vittoria prima della fine del conflitto, ritenuta imminente dopo il crollo della Francia.

Costretto a lanciare l'offensiva 25 agosto sotto la minaccia di Mussolini di ritorsioni, portò le truppe fino ad occupare SIdi el Barrani località a poche decine di chilometri oltre il confine. Lì le forze di Graziani rimasero ferme per quattro mesi organizzando grandi e inutili campi trincerati nel deserto mediocremente collegati tra loro e con modeste riserve mobili.

Il 9 dicembre 1940, gli inglesi passeranno al contrattacco con l'operazione Compass, travolgendo completamente lo schieramento italiano: le truppe britanniche, molto inferiori numericamente ma totalmente motorizzate e con alcune centinaia di potenti carri armati Matilda e Cruiser, aggirarono e circondarono le truppe italiane ottenendo un successo clamoroso. Oltre 130.000 soldati italiani verranno fatti prigionieri e i resti della 10ª Armata ripiegarono sulla posizione di El Agheila perdendo tutta la Cirenaica.

A seguito di un telegramma inviatogli da Graziani, Mussolini disse indignato a Ciano:

« Ecco un altro uomo col quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo »

L'11 febbraio del 1941 venne destituito da Mussolini, lasciò la Libia e tornò in Italia. Nel novembre 1941 fu così nominata una commissione d'inchiesta con a capo l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel. Nel marzo 1942 questa concluse i propri lavori senza prendere alcun provvedimento. Per oltre due anni Graziani rimase senza nessun incarico.

Rientrerà in servizio durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana con la carica di Ministro della Difesa. Nell'agosto del 1944 assumerà il comando dell'Armata Liguria che schierava reparti germanici ma soprattutto le divisioni italiane addestrate in Germania. Con esse riuscirà a contenere la pressione e le mire espansionistiche francesi nella zona della Alpi e a cogliere una clamorosa vittoria sugli americani nella battaglia della Garfagnana nel dicembre del 1944. L'episodio risulterà l'unica azione sul fronte italiano nella quale le forze dell'Asse riuscirono a far arretrare gli Alleati.

Prima di chiudere due parole sul grado di maresciallo d'Italia il più alto assegnabile a un militare italiano, corrispondente al grado di Feldmaresciallo nelle forze armate germaniche.

Il grado fu istituito da Benito Mussolini nel 1924, per onorare Luigi Cadorna e Armando Diaz, che avevano comandato il Regio Esercito nella prima guerra mondiale. I primi due insigniti furono proprio Cadorna e Diaz il 4 novembre 1924 giorno di commemorazione della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Contemporaneamente fu istituito il grado di grande ammiraglio, conferito a Paolo Thaon di Revel, che nella prima guerra mondiale aveva comandato la Regia Marina.

Nel 1926, il grado fu conferito anche ad alcuni comandanti d'armata che si erano particolarmente distinti durante la guerra. Successivamente verrà istituito anche il grado corrispondente per la Regia Aeronautica. Unico insignito fu Italo Balbo, eroe delle trasvolate atlantiche.

Sotto riportiamo l'elenco dei soldati decorati con la massima onorificenza:

Maresciallo d'Italia

Luigi Cadorna (4 novembre 1924)
Armando Diaz (4 novembre 1924)
Enrico Caviglia (25 giugno 1926)
Emanuele Filiberto d'Aosta (25 giugno 1926)
Pietro Badoglio (25 giugno 1926)
Gaetano Giardino (25 giugno 1926)
Guglielmo Pecori Giraldi (25 giugno 1926)
Emilio De Bono (16 novembre 1935)
Rodolfo Graziani (9 maggio 1936)
Ugo Cavallero (1º luglio 1942)
Ettore Bastico (12 agosto 1942)
Umberto di Savoia (29 ottobre 1942)
Giovanni Messe (12 maggio 1943)

Grande ammiraglio
Paolo Thaon di Revel (4 novembre 1924)

Maresciallo dell'aria
Italo Balbo (13 agosto 1933)

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

LE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN

Pochi giorni fa, precisamente il 21 giugno abbiamo dedicato un post alla vittoria delle truppe dell'Asse nella battaglia di Ein el Gazala, che concludendosi con la conquista della piazzaforte di Tobruch ha rappresentato la più grande vittoria italo tedesca nel teatro di guerra nord africano. Non solo era caduta Tobruch ma con essa anche il morale delle truppe britanniche che si ritiravano stanche e scoraggiate verso il delta del Nilo, inseguite dall'Afrika Korps e dalle unità di fanteria italiane, solo in parte motorizzate.

Successivamente il 27 abbiamo analizzato le presa della piazzaforte di Marsa Matruh in pieno territorio egiziano da parte del 7º Reggimento bersaglieri del colonnello Ugo Scirocco. Le truppe dell'Asse al comando del generale Bastico continuarono ad avanzare, poco dopo venne presa Fuka, in poco più di poco più di un mese esse avevano percorso combattendo circa 650 km di deserto e fatti circa 40.000 prigionieri.


Il sogno di Rommel e del Comando Supremo Italiano, in primis del Duce giunto appositamente il 29 giugno in Egitto per partecipare alla parata della Vittoria, che si sarebbe dovuta svolgere al Cairo, di raggiungere Alessandria e il Cairo è come non mai a portata di mano. Tutto sembrava volgere in quella direzione.

C'era tuttavia ancora un ostacolo da superare, un ostacolo che si rivelerà insuperabile. Il generale Claude Auchinleck, Comandante in Capo del Comando del Medio Oriente dal luglio 1941, aveva infatti poco dopo preso il comando a organizzare una sconosciuta località in pieno deserto, come ultimo centro di resistenza ad oltranza, nell'eventualità gli italo tedeschi fossero riusciti a sconfiggere le forze inglesi.


La località prescelta dal comando britannico si chiama El Alamein, stazione ferroviaria il cui nome significa "le due bandiere". Nella piccola località destinata a passare alla storia si trovava un appena abbozzato complesso di difese dove si affrettavano a trovare rifugio tutte le disperse unità inglesi, in precipitosa ritirata dalla Libia, ed i rinforzi provenienti dal Medio Oriente.

La forza di El Alamein stava però nella sua posizione geografica. Si trattava infatti di un fronte di 65 chilometri dove il deserto si restringe a formare un collo che va dal mare alla Depressione sabbiosa di Bab el Qattara, ove il terreno e le temperature infernali rendevano impossibile il transito ai mezzi corazzati. Per la prima volta dunque, Rommel non avrebbe potuto aggirare il fianco meridionale delle posizioni nemiche, come aveva sempre fatto nelle precedenti operazioni.

Era giunto il momento di utilizzare l'ultima posizione di resistenza, a quel punto con gli italo tedeschi lanciati e reduci da una serie di vittorie, se essa dovesse cedere, la via per Alessandria e per il Cairo sarebbe spalancata alle armate nemiche. Il comando inglese disponeva di una divisione sudafricana attorno El Alamein, di due brigate indiane, di tre brigate neozelandesi schierate lungo la depressione di Bab el Qattara e di circa 150 carri di cui 60 erano Grant, (la versione inglese del carro americano Lee) raccolti sul crinale di Ruweisat.  

In un luogo chiamato Deir el Shein, Auchinleck (foto a fianco) aveva lasciato intenzionalmente un varco tra i sudafricani e la nona brigata indiana, in modo di attirare i tedeschi e convincerli ad attaccarli da entrambi i lati. Le forze dell'Asse, nonostante le folgoranti vittorie, erano molto spossate, e se era vero che esse a Tobruch avevano catturato una quantità impressionante di vettovaglie inglesi era anche vero che le distanze dalle basi di rifornimento si erano allungate moltissimo. Esse si trovavano in pieno deserto con difficoltà logistiche aumentate a dismisura, gli inglesi invece ritirandosi avevano accorciato le distanza dai loro depositi situati nella zona del delta e non avevano nessun problema a rifornire le truppe al fronte. Per gli stessi motivi di vicinanza alle loro basi, la RAF aveva ripreso il dominio quasi assoluto dal cielo con tutte le conseguenze immaginabili.

Gli italo tedeschi sulla carta disponevano di forze consistenti, l'Afrika Korps e due corpi d'armata italiani, il XX e il XXI del generale Navarrini, uno dei pochissimi ufficiali italiani che Rommel stimava, ma anche questa volta il generale tedesco non aveva dato tregua alle sue truppe, che erano ancora sfilacciate e ben lontane da essere radunate e pronte per l'attacco.
ll generale Navarrini a colloquio con Rommel
Così il 1º luglio Rommel, convinto di avere di fronte a se soltanto i resti malridotti di unità in fuga, attaccò. A disposizione aveva solo 7.500 fanti e 85 carri armati tedeschi, 5.550 fanti, 30 carri e 200 cannoni italiani ma non se ne curò. Lanciò contro le posizioni britanniche la sua 90^ Divisione Leggera che impegnò le truppe inglesi tra El Alamein e Ruweisat, mentre le due divisioni corazzate dell’Africa Korps e il 20° Corpo italiano tentarono l’aggiramento da Sud.

Le truppe di Auchinleck, si batterono egregiamente spronate dall’idea, in caso di sconfitta, di dover lasciare il suolo africano da sconfitti, la linea alleata resse all'urto delle poche forze dell'Asse e questa resistenza mise in stallo l'avanzata delle forze dell'Asse.

Il 2 luglio Rommel, concentrò le sue forze a nord, mentre Auchinleck fallì un contrattacco al centro delle linee dell'Asse, ma ebbe più successo a sud, contro le truppe italiane. Rommel decise quindi di riorganizzarsi e di difendere la linea conquistata.

Il 3 luglio la 132ª divisione corazzata "Ariete" diede prova di grande coraggio meritandosi la stima del feldmaresciallo e degli stessi avversari. Con una trentina di carri e circa 600 bersaglieri, l'Ariete, attaccò il dispositivo difensivo britannico, senza attendere che la 101ª divisione motorizzata "Trieste" le coprisse il fianco destro ma, contrattaccata da tutti e due i lati, fu costretta a ripiegare sulle linee della divisione Pavia.

Vedremo nei prossimi giorni l'evoluzione di quella che venne chiamata prima battaglia di El Alamein. In questa località si combatteranno bene 3 battaglie e si decideranno le sorti del conflitto in Africa settentrionale.

Sotto riportiamo in un piccolo schema le date delle tre battaglie di El Alamein:

Prima battaglia di El Alamein (1º-27 luglio 1942)

Seconda battaglia di El Alamein (30 agosto-5 settembre 1942), definita da alcuni autori come Battaglia di Alam Halfa

Terza battaglia di El Alamein (23 ottobre-3 novembre 1942)

Molti autori preferiscono chiamare la seconda battaglia come battaglia di Alam Halfa, noi considerando si tratti di tre episodi da inquadrare nello stesso contesto preferiamo come molti altri storici, come tre battaglie di El Alamein.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

Vigilia della prima battaglia di El Alamein

Domani grande post per l'inizio della prima battaglia di El Alamein fra la Panzerarmee Afrika e il X e XXI corpi di armata italiani da una parte e l'ottava armata britannica dall'altra.

Oggi piccola anticipazione con questo breve filmato tratto dagli archivi di Rai Storia. A domani,

28 GIUGNO 1940 La morte di Italo Balbo

Italo Balbo in divisa da aviatore
« Il giorno 28, volando sul cielo di Tobruch, durante un'azione di bombardamento nemica, l'apparecchio pilotato da Italo Balbo è precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell'equipaggio sono periti. Le bandiere delle Forze Armate d'Italia s'inchinano in segno di omaggio e di alto onore alla memoria di Italo Balbo, volontario alpino della guerra mondiale, Quadrumviro della Rivoluzione, trasvolatore dell'Oceano, Maresciallo dell'Aria, caduto al posto di combattimento. »

Bollettino straordinario n. 19

Due giorni dopo la sua morte, un aereo britannico paracadutò sul campo italiano dove era successo il tragico episodio, a conferma della stima di cui godeva anche presso, i nemici, una corona di alloro con un biglietto di cordoglio:

« Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e un valoroso aviatore che la sorte pose in campo avverso. »

Ebbe a dichiarare Benito Mussolini all'indomani del fatto:

«un bell'alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi»

Chi era Italo Balbo, l'unico uomo secondo Mussolini in grado di ucciderlo? La sua vita è piena di avvenimenti e di avventure. come pochi altri personaggi, cercherò di sintetizzarla, perché la biografia sarebbe veramente lunga e rischierei di annoiare il lettore.

Egli nasce il 6 giugno 1896 a Quartesana di Ferrara da padre piemontese e madre romagnola, e cresce in una famiglia, che lo educò al rispetto assoluto per la Monarchia e all'ammirazione per la carriera militare.

Nel 1914 Italo Balbo si schierò decisamente con il movimento interventista che chiedeva a gran voce l'entrata in guerra dell'Italia per liberare le ultime terre italiane ancora in mano agli austro-ungarici. Proprio durante una manifestazione a favore dell'intervento, conobbe a Milano l'uomo che segnerà tutta la sua esistenza. il futuro Duce Benito Mussolini.

Il Tenente Italo Balbo, Comandante del
Reparto Arditi del Battaglione
 Pieve di Cadore, 7º Reggimento Alpini
Nel 1915 Italo Balbo entra nella scuola militare di Modena come Allievo Ufficiale, e dopo 5 mesi viene mandato con il grado di "aspirante" al battaglione degli Alpini "Val Fella". Passa alcuni in mesi in Carnia in forza al suddetto reparto con il grado di sottotenente chiedendo un trasferimento nell'aviazione. Nel mese di ottobre viene mandato al deposito aeronautico di Torino, dove viene trasferito il 22 ottobre 1917. Due giorni dopo ebbe inizio l'offensiva austriaca di Caporetto che travolge il fronte Italiano ; il battaglione "Val Fella" viene circondato e gli Alpini uccisi o fatti prigionieri.

Balbo chiede nuovamente il trasferimento per essere mandato in trincea, il 4 aprile del 1918 viene rimandato nel battaglione di Alpini "Pieve del Cadore", dove gli viene affidato il comando del reparto d'assalto del battaglione, per essere precisi con un gruppo di "arditi" votati alla morte destinati alle azioni di guerra più pericolose. Nel 1918, al comando del reparto d'assalto del battaglione Alpini "Pieve di Cadore", partecipò all'offensiva sul monte Grappa che liberò la città di Feltre. Alla testa dei suoi Arditi negli ultimi mesi di guerra si guadagnerà bene 3 medaglie al valor militare, 2 argento e 1 di bronzo.

Tornato nella sua Ferrara si iscrive al Partito Nazionale Fascista e il 13 febbraio 1921 viene nominato segretario del Fascio della sua città e subito diviene uno degli esponenti di spicco, oltre che organizzatore e comandante dello squadrismo agrario, riuscendo ad avere ai suoi ordini tutte le squadre d'azione dell'Emilia-Romagna.

Balbo a fianco di Mussolini durante la Marcia su Roma
Quadrumviro della marcia su Roma, divenne prima comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e sottosegretario all'economia nazionale. Il 12 settembre 1929, a soli trentatré anni, Italo Balbo fu nominato ministro dell'Aeronautica, veste in cui promosse e guidò diverse crociere aeree come la crociera aerea transatlantica Italia-Brasile e la crociera aerea del Decennale. La prima idea per una crociera aerea oltreoceano gli venne in mente, mentre si trovava negli Stati Uniti per un congresso internazionale aeronautico, Uniti, dove si convinse che il primo gruppo di aerei che avesse attraversato in formazione l'oceano Atlantico sarebbe passato alla storia.

Gli idrovolanti partirono per la crociera aerea transatlantica Italia-Brasile da Orbetello il 17 dicembre 1930, guidati personalmente da Balbo e dal suo secondo pilota Stefano Cagna, alla volta di Rio de Janeiro, dove arrivarono, non senza lutti e incidenti, il 15 gennaio 1931 dove vennero accolti personalmente dal Presidente del Brasile Getúlio Dornelles Vargas.


La seconda crociera atlantica, la crociera aerea del Decennale, venne organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica. Essa si svolse dal 1º luglio al 12 agosto del 1933 e vide Baldo alla testa di durante la quale Balbo guidò la trasvolata di venticinque idrovolanti S.55X partiti da Orbetello, raggiungere Chicago dopo essere passato dal Canada.

Durante la trasvolata, il 26 giugno, Balbo era apparso nella copertina della rivista TIME. I record aeronautici gli regalarono un immensa popolarità sia in Italia sia nel mondo intero, ma potarono anche la gelosia degli altri gerarchi e Mussolini a considerarlo un potenziale rivale politico.

Il 13 agosto 1933, venne insignito del grado di maresciallo dell'aria, un titolo onorifico, della Regia Aeronautica equivalente a quelli di maresciallo d'Italia del Regio Esercito e di grande ammiraglio della Regia Marina. Italo Balbo fu l'unico ad essere insignito di tale titolo.

Per questo si decide di allontanarlo da Roma, venne promosso governatore della Tripolitania italiana, della Cirenaica italiana e del Fezzan. dove giunse il 16 gennaio 1934.

Appena sbarcato a Tripoli e subito dette un fortissimo impulso alla colonizzazione italiana della Libia, organizzando l'afflusso di decine di migliaia di pionieri dall'Italia e seguendo una politica di integrazione e pacificazione con le popolazioni musulmane, affermando che, diversamente dalle popolazioni dell'Africa orientale, quelle libiche avevano un'antica tradizione di civiltà e che col tempo, grazie alla loro intelligenza e alle loro tradizioni, si sarebbero portate al di sopra del livello coloniale. Per questo fece immediatamente chiudere cinque campi di concentramento italiani creati contro le popolazioni locali. Per suo volere nello stesso 1934, Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, si fusero in un'unica colonia: la Libia, procedendo poi ad una nuova organizzazione territoriale su province.

Ampliò la superficie del territorio nazionalizzato a 1.250.000 acri, adoperandosi per migliorare la situazione delle popolazioni locali finanziando servizi scolastici e sanitari, rifornimenti idrici e servizi di consulenza agricola; in Cirenaica, tuttavia, per rinsaldare la sconfitta dei Senussi, vennero confiscate le proprietà delle tribù e la loro struttura sociale distrutta, deportandone i membri per farne una riserva di manodopera a basso costo.

Nel 1938 guidò di persona un convoglio di diciassette navi partito dall'Italia alla volta della Libia con a bordo 1.800 famiglie, per la cui venuta furono fondati 26 nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica, ognuno con un municipio, un ospedale, una chiesa, un ufficio postale, una stazione di polizia, un locale per bere il caffè, una cooperativa di consumo, un mercato e una sede del PNF. Sull'evento fu organizzata una grande campagna pubblicitaria, che Mussolini fece presto tacere per non dare troppo risalto alla figura di Balbo.

Tripoli 1938 Balbo con il Reichsmarschal Hermann Göring
che riceve gli onori dalla Guardia Libica.
Giungiamo ai giorni dell'entrata in guerra dell'Italia. Balbo che è comandante generale delle Forze Armate italiane in Africa Settentrionale si trova sempre in prima linea soprattutto per tranquillizzare le truppe italiane contro la minaccia delle incursioni delle autoblindo britanniche. Le nostre truppe e i nostri comandi, infatti ancora ancorati alla guerra statica, si trovavano per la prima volta ad affrontare incursioni provenienti da truppe meccanizzate, cosa assolutamente nuova.

Il 21 giugno 1940 a Bir el Gobi, ai comandi del suo Savoia Marchetti S.M.79 avvista un autoblinda britannica. Il governatore scese immediatamente a terra per guidare le truppe mentre il secondo pilota Ottavio Frailich ridecollò subito circuitando con aria minacciosa sopra l'autoblindo, poi catturato dalle truppe di terra coordinate da Balbo.

L'episodio sembra in sé insignificante ma è proprio in un altra missione di cattura di autoblindo britanniche che Balbo decolla per l'ultima volta, il 28 giugno da Derna. Obbiettivo della missione è raggiungere il campo d'aviazione "T.2" di Tobruch con due trimotori S.M.79, uno pilotato da lui stesso e uno dal generale Felice Porro, comandante della 5ª Squadra aerea e da li partire per un incursione per cercare di catturare alcune autoblindo nemiche.

L'equipaggio era costituito da Italo Balbo, il pilota, il maggiore Ottavio Frailich, secondo pilota, il capitano motorista Gino Cappannini e il maresciallo marconista Giuseppe Berti. Frailich, Cappannini e Berti erano tutti "atlantici" che avevano già volato con Balbo nella Crociera del Decennale. All'equipaggio vero e proprio si aggiunsero il maggiore Claudio Brunelli, i tenenti Cino Florio e Lino Balbo (cognato e nipote di Italo Balbo), il console della Milizia Enrico Caretti e il capitano Nello Quilici, direttore del Corriere Padano e padre di Folco Quilici.

Giunti in vista di Tobruch verso le 17:30 i piloti videro alte colonne di fumo dovute a un attacco britannico e Balbo ordinò di atterrare per verificare la situazione. Si avvicina così alla piazzaforte senza aver tuttavia avvisato prima la base. Scambiato per uno degli aerei britannici che poco prima avevano attaccato le attrezzature della base, sia dalla contraerea con base a terra, sia dell'incrociatore San Giorgio, vecchia unità della Regia Marina ormai ancorata nel porto come batteria galleggiante, venne preso di mira dalle batterie dalla contraerea.

L'aereo di Porro riuscì a compiere una manovra diversiva e non fu centrato, mentre quello di Balbo, ormai in fase di atterraggio, colpito, non si sa se dal San Giorgio o dalle mitragliere di terra, precipitò in fiamme al suolo, provocando la morte di tutto l'equipaggio.

Immagine dei funerali solenni a Tripoli
Le giornate dal 29 giugno al 4 luglio 1940 vennero dichiarate di lutto nazionale. Il 30 giugno il corteo funebre portò le salme dei caduti fino a Bengasi, dove il 1º luglio si svolsero i riti funebri. Il giorno successivo le salme furono portate in aereo a Tripoli. Il 4 luglio, dopo una messa nella cattedrale di San Francesco, le bare vennero portate per le strade di Tripoli. Su proposta di Mussolini i resti di Balbo vennero sepolti nel luogo scelto per il monumento ai caduti, con l'idea di trasferirli in Italia a guerra finita.

Alla memoria venne concessa la Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione:

«Maresciallo dell'Aria, Quadrunviro e fedele soldato del Duce nell'ora della vigilia, del combattimento e della vittoria, insuperabile transvolatore di continenti e di oceani, colonizzatore di masse e reggitore di terre imperiali con le armi, con le leggi e con opere di romana grandezza, nel cielo di Tobruch, mentre si accingeva a scagliare oltre confine le valorose truppe ed i possenti stormi, concludeva con il sacrificio supremo l'eroica sua vita, nella memoria delle genti eternando le gesta e le glorie della razza. Cielo di Tobruk, 28 giugno 1940.»

La tomba ad Orbetello
Molte ipotesi sono state fatte circa un coinvolgimento di Mussolini nei fatti che portarono alla morte di colui per sua stessa ammissione, era l'unico che poteva ucciderlo, ma nessuna prova è mai stata trovata a suffragio della teoria. Lo stesso figlio del giornalista, Folco Quilici, ritenne l'ipotesi non sostenibile, sia per la grande quantità di soldati impiegati, che per altri elementi raccolti e descritti nel suo libro Tobruk 1940, pubblicato nel 2004.

La salma di Balbo e degli altri caduti nell'incidente di Tobruch rimasero in Libia fino al 1970, quando l'ondata di nazionalismo libico sollevata dal colonnello Gheddafi minacciò la distruzione dei cimiteri italiani nell'ex-colonia. La famiglia Balbo rimpatriò la salma in Italia e come luogo finale di sepoltura venne scelto Orbetello. Qui Balbo riposa con tutti i membri dell'equipaggio del suo ultimo fatale volo, ad eccezione di Nello Quilici.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.